giovedì 4 aprile 2019

Perché lo sport a Siena è morto?

Nel caos scaturito dagli ultimi mesi della Mens Sana c’è una singola domanda che continua a tornarmi in mente. È la stessa domanda che bene o male mi vado facendo da un bel po’ di anni:
Perché lo sport a Siena è morto?

Più che una domanda è forse una constatazione dei fatti. Da ormai molto tempo a questa parte abbiamo assistito in maniera inequivocabile a un crollo verticale nei numeri dello sport senese. Un crollo che non è partito a seguito della crisi finanziaria di Siena e dalla seguente scomparsa dei finanziamenti del Monte, ma che affonda le proprie radici in anni molto precedenti a questi eventi. Quanti di voi hanno assistito a partite della Mens Sana dei tempi d’oro ‘minucciani’ (la Mens Sana per intenderci che lottava per vincere l’Eurolega) con solo qualche centinaio di persone presenti? Quanti di voi hanno visto il pubblico sugli spalti dimezzarsi (non parlo solo di pallacanestro)?

Il tutto per quanto mi riguarda diventa ancora più incomprensibile se contestualizziamo un fatto: se prendiamo l’anno di fondazione della Mens Sana (1934) stiamo parlando di almeno 85 anni di storia di una società. Di questi 85 anni, l’era dorata dei trionfi italiani europei è durata poco più di dieci anni. Praticamente niente. Tutto il resto è una storia costellata di fatiche, dolori, patimenti, serie minori e quasi fallimenti. Per quanto si possa continuare a ripetere che il posto della Mens Sana è in Serie A, la realtà è che i biancoverdi videro per la prima volta la massima serie dopo quarant’anni di lotte, per poi fare avanti e indietro tra A1 e A2. L’Eurolega è una parentesi, non la costante. Questa storia di sofferenza è però sempre stata accompagnata fedelmente da un nutrissimo nucleo di tifosi, che proprio negli anni delle sofferenze di cui sopra affollavano prima il Dodecaedro e poi il PalaSclavo.
Dove sono finiti?

È questa forse l’unica domanda che dovrebbe essere lecito farsi in tempi di continui appelli al salvataggio della società. Nel tempo sono state date innumerevoli risposte, a partire dalla tragicomica “la gente non viene perché vincere facile non piace”, in periodi ben noti. È una banalizzazione, palese, ma che comunque deve essere tenuta in conto nel descrivere un fenomeno molto complesso che non può essere ridotto solo alla realtà di Siena. Nel discorso che “vincere facile allontana i tifosi” va considerato che questo crollo di numeri nelle presenze non ha coinvolto solo la Mens Sana, ma tutte le realtà del territorio che fino a una ventina di anni fa avevano numeri di presenze quasi doppi rispetto a quelli attuali.
Quindi? Cosa è successo?

È un processo sicuramente molto complicato ma le cui spiegazioni, per quanto mi riguarda, mi sento di poter raggruppare in tre macro categorie:

Economia
Gli anni in cui i vertici di politica e MPS hanno esercitato la maggior influenza sulla città hanno lasciato un solco pesantissimo tra il prima e il dopo. Se è vero che Siena ha sempre potuto vivere tranquillamente, mai come in quel periodo clientele e servilismo hanno preso possesso di ogni punto vitale della città. Questo ha portato a un continuo appiattimento della comunità sulle posizioni e la volontà dell’establishment, facendo progressivamente scomparire ogni spirito critico e anche ogni minimo autentico sprazzo vitale.

I padroni volevano che tu tifassi Mens Sana > tu tifavi Mens Sana.
Non c’era libero arbitrio, non c’era desiderio, c’era solo mera obbedienza.
Come sopravvive una passione in un ambiente simile?

Comunità
Proprio a seguito della crisi economica che ha investito la città negli ultimi anni la popolazione di Siena è molto cambiata. A fronte di una città che non offre più alcuna prospettiva la generazione tra i 28 e i 35 anni si è in larga parte dovuta spostare altrove per trovare un futuro e un lavoro. Questo ha azzerato totalmente una base di tifoseria importante che altrimenti avresti avuto in città e a palazzo (o allo stadio). A differenza di una ventina di anni fa i ragazzi di Siena non possono più trovare facilmente un lavoro tra le mura della città, finendo per dover migrare a molte centinaia di chilometri di distanza. A Siena quindi restano gli over 50-60 e gli studenti universitari (quindi non interessati alle società sportive locali). In queste condizioni riempire un palazzo diventa impegnativo.

Società
Uno dei più grandi e sconosciuti sociologi italiani, Valerio Marchi, affermava già nel 2004 che anche una cultura fortemente centralizzata come quella delle tifoserie ultras stava subendo “un progressivo processo di molecolarizzazione”, per cui i grandi gruppi che una volta affollavano stadi e palazzetti stavano progressivamente lasciando il posto a una miriade di piccoli gruppi poco inclini a ricomporsi anche in occasione dei grandi incontri/scontri. Un processo per cui conoscenza, rispetto e “consapevolezza di cosa siamo” lasciava progressivamente il posto a un “obnubilante senso di amnesia anomica come quello di muretti, bische e discoteche delle nostre città”.

Molte parole impegnative per dire che la progressiva individualizzazione della nostra società ha anche portato a perdere quei caratteri di aggregazione collettiva che una volta sperimentavamo nelle partite. È il buon vecchio: perché vado allo stadio se ho Sky? Ma anche: perché vado a vedere l’infame A2 di basket se ho Netflix? In un’era in cui posso vedere l’aurora boreale in diretta dal polo Nord e annoiarmi nel frattempo, quello che una volta era spettacolo e distrazione non lo è più. Sempre meno persone si riconoscono in un’identità collettiva, che sia un partito, un’associazione, un gruppo o una tifoseria. Questo non può non avere conseguenze o ripercussioni.

Queste sopra sono risposte parziali (forse anche sbagliate). Non pretendo di avere ragione quando si parla di argomenti così complessi, perché mi accontenterei di far partire una discussione. Una discussione tra le persone che ancora tengono alle nostre società sportive su come tornare nuovamente a vedere palazzetti e stadi pieni.

Perché più che di sponsor, presidenti e capitali esteri le società storiche dello sport senese hanno bisogno di tifosi e di persone che tengano veramente al loro destino.
E sono proprio queste persone che stanno scomparendo.




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3 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. Post interessante, ottimo per riempire un periodo in cui l’attualità, ahinoi, non porta nulla di nuovo da leggere e parlare.

    Su molti aspetti mi trovo d’accordo (segnatamente i punti Economia, Comunità, Società del tuo articolo), su altri no.

    Onestamente, parlare di morte dello SPORT a Siena è un po' "sbrigativo". Perché la realtà ha varie sfaccettature e sarebbe riduttivo pensare che Mens Sana – Basket – Sport siano tre sinonimi.

    Mi spiego: per ragioni anagrafiche mi ricordo bene degli anni '80, in cui la Mens Sana galleggiava fra A2 e B1 (più B1 che A2, a dire il vero, e comunque con problemi economici), in cui Costone e Virtus si posizionavano fra C1 e C2, in cui la Robur alternava stagioni di medio-bassa C1 con stagioni di buona C2.

    Ebbene: non mi pare che i tempi attuali, ora che l’Età dell’Oro è finita, siano talmente diversi: la Mens Sana si era andata a riposizionare grosso modo nella stessa “fascia di merito”, Virtus e Costone grosso modo sono dove erano trent’anni fa (e di sicuro non muoiono se la Mens Sana muore: anzi..), la Robur è al solito livello pre-De Luca.

    Insomma: finiti i gransoldi del Monte, le cose sono tornate ai livelli di medio-lungo periodo, con (in più) alcuni elementi inediti.

    Oggi a Siena c’è il volley che (certo) c’era anche negli anni ’80 ma che oggi gode di una risonanza nemmeno lontanamente paragonabile a quella di quei tempi (merito dei successi del volley azzurro dagli anni ’90 in poi e del lavoro della Fipav per promuovere il suo “prodotto”: al contrario, trent’anni di dirigenti della Fip da prendere a nocchini per la mancanza di promozione per il NOSTRO sport….). Inutile girarci intorno: l’Emma Villas drena risorse e pubblico che, senza di essa, potrebbero essere appannaggio almeno in parte del basket cittadino.

    C’è il rugby che, quatto quatto, si è creato un bel “giro” di persone che lo seguono, di bambini/ragazzi che lo praticano, di sponsor che lo finanziano (e loro, negli anni ’80, semplicemente non c’erano).

    Ci sono gli sport individuali amatoriali (podismo e ciclismo) che ovviamente c’erano anche trent’anni fa ma che hanno trovato potenti catalizzatori in certe manifestazioni che “affollano” il calendario degli eventi di Siena e provincia: Ultramaratona, Eroica, Strade Bianche Amatoriale, Ecomaratona del Chianti (eccetera eccetera) sono certo rivolte ad un pubblico nazionale e internazionale, ma c’è una bella fetta di partecipanti locali che poi, durante l’anno, si allenano, partecipano ad altre gare, spendono soldi in abbigliamento, alimentazione “mirata”, biciclette, scarpe ed abbigliamento tecnico (ed è un pubblico di sportivi, questo, che poi difficilmente riuscirai a portare al palazzetto o al Rastrello, perché quando uno alla domenica mattina si è fatto quattro ore di bicicletta o due di corsa poi non avrà né tempo né voglia di mettersi a sedere su una gradinata).

    Eppure, anche questo è SPORT SENESE e rispetto ai tempi delle non competitive di 8 Km e dei circuitini cicloamatoriali il salto di qualità è stato netto, anche a livello numerico (ma anche a livello di attrazione di sponsor e finanziatori).

    Aggiungiamo a tutto questo un Palazzetto che accusa tristemente i suoi 45 anni di età, la pervasività dello sport in tv (e diciamolo chiaramente, che tutta l’enfasi sulla NBA ma anche sull’Eurolega non ha fatto bene al basket italiano che, agli occhi del telespettatore medio, ora appare con tutti i suoi limiti e le sue carenze), e si arriva al nocciolo della questione: che il nostro basket ha perso di appeal e che la nostra Mens Sana (senza i soldi del Monte e senza i Kaukenas, i McIntyre, gli Alphonso Ford, i Bobby Brown ed i Daniel Hackett che ti potevi permettere di ingaggiare) è tornata ad essere una cosa da cerchia di appassionati.

    Eravamo in 1500 ai tempi della B1 (parlo delle annate pre-promozione), eravamo in 1500 quest’anno: è triste ma è così.
    Ed in più con sempre meno margine “di manovra” per la dirigenza per trovare finanziatori e sponsor.

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    1. Come se ne esce? Io, sinceramente, non ne ho idea: non si vedono all’orizzonte un Ciupi o un Rossi capaci di ricostruire qualcosa e nemmeno un Moretti o un Frosini da cedere a caro prezzo per “puntellare” le casse (oltretutto, i regolamenti federali sono anche cambiati rispetto a quei tempi…).

      Forse quello che “noi basket”, “noi Mens Sana” dovremmo fare è ripartire dal basso, con tanta tanta umiltà, senza sperare nel Brugnaro di turno che ci riporti subito in alto e con la massima attenzione al reclutamento ed alle giovanili (fatte per bene e fatte con ragazzi locali): senza bambini e ragazzi che affollano le palestre in settimana, senza ragazzi “fatti in casa” in campo, sarà difficile tornare a riportare gente sugli spalti, quale che sia la serie da cui il basket mensanino dovesse ripartire.

      [mi scuso per la lunghezza, ma questa è una tematica che mi interessa e su cui rifletto da tempo]

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