venerdì 22 marzo 2019

Rispondere all'appello

E' il weekend della prima giornata di campionato, nella storia della Mens Sana, in cui non ci sarà una maglia biancoverde a correr dietro a un pallone che rimbalza. Ad aprirlo, dopo il giovedì con la visita e i sequestri della Finanza e l'apertura del fascicolo per appropriazione indebita, è arrivato in questo venerdì l'atteso uno-due della Federazione. Erano attesi i tre punti di penalizzazione dal Consiglio Federale per le liberatorie non presentate per il trimestre ottobre-dicembre. Ed era atteso, nessuna sorpresa, anche il rigetto del ricorso in appello contro l'esclusione dal campionato di A2. La difesa della Mens Sana andrà avanti? E che senso ha, ormai?
 
La difesa della Mens Sana davanti alla Corte Sportiva d'Appello, sostenuta dall'avvocato Alessio Pescini, ha puntato su un paio di temi. Innanzi tutto il fatto che il giudice sportivo non sia titolato a qualificare come rinuncia al campionato le condotte della Mens Sana. Il giudice sportivo prende atto delle rinunce e dichiara conseguentemente l'esclusione dal campionato, ma non può qualificare le condotte di una società come elusive della norma, tanto più senza coinvolgere la parte coinvolta o sentirne le ragioni, visto che si tratta di decisioni in assenza di contraddittorio. In secondo luogo si è argomentato sul fatto che sia stata comunque schierata la miglior formazione possibile in quel momento, senza violare dunque alcuna norma federale. Ricorso rigettato: la corte si è presa dieci giorni al massimo per rendere note le motivazioni.

Esito scontato. La Federazione che giudica la Federazione. La stessa Federazione che dopo aver deciso a tavolino (non senza ragioni, sia chiaro) di porre fine a uno scempio che le sue regole non avevano saputo fermare, per riuscirci ha usato forme giuridiche mai viste prima perché non previste. Era già chiaro a tutti in partenza che, se ci sono delle ragioni da difendere, è più facile che vengano riconosciute fuori dall'ambito federale, nei gradi di giudizio successivi: al Coni e al Tar, gradi con cui c'è già stato modo di impratichirsi negli anni scorsi nella battaglia sulla revoca dei titoli.

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Eppure per decidere se andare avanti coi ricorsi si aspetteranno le motivazioni, nell'intendimento dell'amministratore delegato Massimo Dattile, che insieme a Massimo Macchi (inibito, ma pur sempre il legale rappresentante del club) è il referente dell'avvocato Pescini. Non casualmente, quella dei primi di aprile è in linea di massima una scadenza analoga a quella che l'ad si è preso per tirare le somme e decidere se portare avanti il tentativo di salvataggio del club oppure rimettere il mandato. Una decina di giorni che servirà a capire innanzi tutto di quante risorse c'è bisogno (garantendo tra l'altro l'attività giovanile fino a fine stagione) e poi di avere contezza esatta di quante risorse la proprietà gli avrà messo a disposizione.

L'obiettivo dichiarato dall'ad è quello di salvare il titolo sportivo. Che però è possibile solo portando avanti la battaglia legale contro l'esclusione dal campionato, perché al momento - dopo l'estromissione dalla A2 - il titolo sportivo che ha in mano la Mens Sana è esattamente quello (la ripartenza dai campionati a libera iscrizione) che avrebbe in mano chiunque rifondasse da zero una nuova società, pulita. Nullo. Per questo aspettare le motivazioni può avere naturalmente il senso di capire COME strutturare il ricorso al Coni, ma non di aspettare allora per decidere SE farlo. Altrimenti il reclamo non avrebbe avuto senso farlo da principio, se ora ci si deve fermare dopo il primo passaggio (di cui era scontato l'esito), negandosi i passaggi successivi in cui invece si avrebbero le speranze vere. 

Non è solo una questione di principio difendere i propri diritti di fronte al modo in cui viene amministrata la giustizia, anche se non portasse a niente. Pur ignorando per ora interessanti delibere federali che risultano in arrivo proprio per casi come questo, difendere il titolo sportivo di livello più alto avrebbe senso in ogni scenario: per affrontare da un maggior punto di forza la decisione politica (perché sono tutte decisioni politiche) sul campionato da cui dovrebbe ripartire questa società (con una diversa proprietà) nel proibitivo caso di una salvezza, ma anche da cui dovrebbe ripartire una nuova società che ne prenda il posto. Ma anche in caso di liquidazione/fallimento (di cui la perquisizione della Finanza, seppur diversamente motivata, sembra la testa di ponte) il titolo sportivo è un asset che, monetizzato, aiuterebbe ad affrontare una parte di debiti e a cui dunque un amministratore avrebbe l'obbligo di fronte ai creditori di non rinunciare.

No, non è una discussione che appassiona per niente oggi, che è ancora difficile elaborare il lutto, annunciato eppure molto doloroso. Ma sarebbe un peccato dover rimpiangere in futuro di aver trascurato opportunità per la ripartenza, per colpa di questo scoramento.



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