venerdì 27 marzo 2020

Oggetti smarriti: Il sopra maglia di David

Spesso per far riuscire bene una cosa devi sudartela. Io sono abituato a questa situazione, perché insieme all’alter ego che mi veste abbiamo sempre lottato come il protagonista di un videogioco che deve affrontare, ad ogni livello, un mostro sempre più difficile. Cambiavano i colori, le squadre, le città, persino i continenti, ma la costante è sempre stata la solita: gambe in spalla, lavoro duro e poi su, fino alla cima della vetta. Sono stato una seconda pelle, e ne sono orgoglioso, perché chi era sotto di me ha amato e continua ad amare il Gioco con una dedizione che non ha confini. Io sono il sopramaglia di David Vanterpool. 

Come tanti ragazzi di belle speranze di oltre oceano, la sua storia cestistica comincia al liceo e prosegue all’università, la St. Bonaventure University di New York. Il ragazzo gioca bene, ma non impressiona. Troppo lento e macchinoso per una franchigia NBA, e infatti nel draft 95 viene totalmente ignorato. David si guarda intorno: il basket deve continuare ad essere la sua vita. E allora, con me indosso, compagno fedele, si va in palestra e ci si prende residenza, per migliorare.

A questo periodo appartiene anche una prima, fugace esperienza in Italia, a Gorizia, dove però ancora una volta passa inosservato come chi a carnevale si veste da Zorro. David riesce a scrollare dalle sue spallone la polvere della delusione e trova un ingaggio in Cina, nella non blasonatissima formazione dei Jiling Northeast Tigers. Nuovo anno, nuova valigia pronta. 

Dave torna negli States, in CBA, con gli Yakima Suns Kings, che non saranno i Suns di Nash né i Kings di White Choccolate Williams ma con i quali riesce a vincere il campionato e si mette in pianta stabile alla guida della squadra. Finalmente, qualcuno lo nota anche di qua dall’Atlantico. E’ Avellino, e con la Scandone di quell’anno (siamo nel 2003), Vanterpool farà vedere chi è veramente. Forte fisicamente, duttile, grande visione di gioco. Il problema è che Dave ha ormai trent’anni, e nessuno scommette che possa migliorare ancora o solo che possa ripetere la stagione in Irpina. 

Ah no, aspettate. Qualcuno c’è. E’ la Mens Sana, che ha fiutato la ciccia buona come un segugio esperto, forse pentendosi solo di non esserci arrivata prima. Ma ora quel controfiletto di Daytona Beach non può sfuggire. Recalcati lo aspetta già a braccia aperte. E alla Mens Sana il leone non solo migliora, ma si innesca come una miccia e fa esplodere tutto l’arsenale. E’ soprattutto il QI cestistico che impressiona e che gli permette di giocare in tre ruoli: play, guardia, ala piccola all’occorrenza. Più trasformista di un governo della destra storica. 

Dov’eri fino ad adesso Dave? Sembra chiedersi la gente. Lo so io, dov’era. Era insieme a me, al solito posto, in palestra a lavorare e a metter su movimenti che non si erano mai visti prima. Il più celebre è stato proprio coniato, brevettato e mostrato al pubblico in quegli anni senesi. Il “Vanterpool move”, che lo vede affrontare il difensore, girarsi spalle a canestro in prossimità del pitturato e poi, invece di tirare dal post basso, indugiare ancora senza interrompere il palleggio, girare sul perno dallo stesso lato ed andare ad appoggiare comodamente col difensore che intanto è al bar e il pubblico plaude.  

A Siena vincerà con la truppa magica di Sir Charlie il primo scudetto, e farà un’Eurolega da annali fino alla F4 e all’inserimento nel secondo miglior quintetto d’Europa. Nel 2005 le cose andranno un po’ peggio, anche perché la strutturazione di quella Mens Sana era ben diversa dalla prima, ma per me e per Dave alla fine di quell’anno arriverà una chiamata importante, quella del CSKA di Messina. 

A 33 anni sembra quasi un viaggio di piacere, lì solo per fare il comprimario di lusso, e invece nel freddo moscovita Vanterpool inanella prestazioni da campione assoluto, rendendo chiaro il significato dell’espressione: non arrendersi mai, migliorare sempre. Lì arriveranno, per lui, Eurolega, titoli e coppe nazionali, e soprattutto la certezza che la sua intelligenza cestistica non potesse essere dispersa quando fosse arrivata la decisione di appendere le scarpe al chiodo. 

E infatti, anche se in veste di coach, spesso mi indossa ancora, nei parquet NBA, per allenarsi coi suoi ragazzi. 



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