sabato 2 dicembre 2023

E' stata la mano del Carda

Il vuoto per l'addio a Ezio Cardaioli è la voragine che lascia la perdita di un gigante, la perdita del padre della pallacanestro senese. Con la consapevolezza che non gli è mai mancata (infinitamente meglio della falsa modestia) ma senza mai perdere l'umiltà dello studioso e dell'artigiano insieme, era stato lui stesso ad autoproclamarsi tale in quello che in realtà voleva essere un omaggio al professor Bruno Casini, a cui aveva tributato il ruolo di nonno della pallacanestro senese, tracciando una linea di discendenza che arrivava a Simone Pianigiani, il figlio, quello con cui sono arrivate le vittorie più roboanti. Eppure Siena sulla mappa del grande basket ce l'ha messa lui, il Prof, con quella scalata faticosa, eppure gloriosa, le discese ardite e le risalite, vincente perché paziente e per questo solida, dalla Serie C al quinto posto in Serie A. 


foto Augusto Mattioli

Limitarsi alla dimensione locale di padre fondatore e profeta in patria (a giorni alterni) rende torto a una carriera in cui ha dimostrato la sua statura forse ancor di più quando ha allentato la briglia dell'indissolubile cordone ombelicale con la sua Siena, dove è arrivato bambino dalla mai dimenticata Chiusi, andando piuttosto a scrivere la storia anche in altre città di basket: su tutte Forlì, portata in A1, e Livorno sponda Libertas, portata in A1 e poi fino al quinto posto come già con la Mens Sana, prima delle ultime fermate a Rimini, lanciando un certo Carlton Myers, e infine Rieti e Lucca. Come gli amori più viscerali, perché questo è stato, la storia più travagliata è stata quella col biancoverde (sfumato infine nel biancoblù Mister Day e nel giallorosso Conad), con cui si è preso e lasciato quattro volte, compreso quell'esonero di Santo Stefano che non gli è mai andato giù, e il caso Bucci, in cui la storia ha chiarito che la parte del cattivo che si è ritrovato cucita addosso gli era stata attribuita senza motivo. 
 
Una parabola da film che ha voluto cristallizzare nel libro sulla sua vita, dalle cui pagine sembrava di sentirlo parlare, e chi lo ha conosciuto sa quanto fosse gustoso: il riassunto della sua carriera, "Dal basket amatori alla Serie A, andata e ritorno", per ironia della sorte si è rivelato anche una profezia sulle sorti della pallacanestro senese che prova adesso a risalire, come in quegli anni Sessanta e Settanta in cui fu lui a portarla in paradiso. Un racconto di cui è stato un privilegio salire a bordo, e a cui da qualche tempo chi gli vuole bene in famiglia, nel basket e nell'editoria stava lavorando per dare nuova vita, arricchendolo con le sue ultime dispense di recente realizzazione, che spaziano dalle "cardainvenzioni" tattiche dei suoi anni in panchina a veri e propri manuali di tecnica sul contropiede o sul tiro libero. 

Forse avvertendo anche il bisogno di arricchire il suo lascito per quando non ci sarebbe più stato, sentiva di avere ancora molto da dire il Prof, come lo chiamavamo in tanti: non perché si ergesse in cattedra, ma per via del diploma Isef. Che gli ha lasciato in dote una grande conoscenza degli sport e del corpo umano - bagaglio tornato utile da coach, in anni di staff ristrettissimi, e più di recente anche per riuscire a inquadrare con lucidità i crescenti malanni - ma anche il lavoro di docente di educazione fisica mantenuto ancora quando allenava in Serie A, finché non si è dovuto trasferire a Forlì. Sentiva di avere molto da dire perché vedeva ancora tutto il basket che poteva, dall'Eurolega alla Serie C, capace anche di riconvertirsi allo sport estremo dello streaming web delle squadre senesi pur di vederle. Lo sanno bene gli amici con cui all'indomani, o anche subito, amava condividere le sue analisi, in genere invettive, spesso perdendo la testa, perché non si è mai capacitato di come gli allenatori a qualsiasi livello - dal passionista all'oro olimpico plurivincitore - potessero perdere le partite "senza fare niente". Che quasi sempre significava: senza neanche provare a fare una difesa a zona. O in subordine: senza essere capaci di attaccarla. I capisaldi. 
  
Con la puzza sotto il naso la chiamavano "la zona della nonna". Lui, che si era abbeverato alla scuola di Nikolic, con orgoglio ne ha sempre rivendicato la nobiltà del lavoro che c'era dietro, il guizzo dell'intuizione nel momento giusto e la forza strategica per sovvertire esiti apparentemente già scritti. Dategli una zona e solleverà il mondo, come ricordano ancora oggi Peterson e Bianchini. Ma come ogni cliché, fermarsi all'epica sacrosanta delle sue zone (e anche delle gran difese miste) che facevano impazzire gli avversari significherebbe far passare in secondo piano il multiforme ingegno di un genio visionario e meticoloso studente del gioco, capace con la scaltrezza dell'artefice di mettere all'opera soluzioni estemporanee in base all'avversario o approcci rivoluzionari come l'intuizione del doppio pivot Johnson-Bovone con cui ha vestito la Mens Sana al gran ballo del debutto in Serie A1. Ideologo cioè di un basket tuttaltro che a senso unico, anzi molto eclettico, capace  di ingegnerizzare e poi forgiare il sistema sugli uomini a disposizione, sempre - questo sì - nel nome di un'idea che stia sopra a tutti e a cui tutti si richiamino perché possa funzionare. La chiusura del cerchio, per riconoscere a un uomo di basket a tutto tondo anche la dimensione di maestro dei fondamentali, sono state le sue ben note lezioni di tiri liberi, portate avanti con allievi eccellentissimi (e non) anche una volta appesa al chiodo la mitologica lavagnetta "color Selva". 

Perché anche la sua Selvina era famiglia, culla di ragazzo e poi di uomo maturo, che ha peraltro fatto da cornice al commovente legame sin da giovanissimi con Giorgio Brenci, prima compagno di giochi e amico, poi in panchina avversario, fidato compagno e infine anche successore, per sempre sodale di una vita. Legame sublimato, a proposito di chiusura del cerchio, all'ultimo Palio di luglio, quando - 70 anni dopo i nonni, vittoriosi nel '53 - c'erano gli adorati nipoti di entrambi, Cesare e Tommaso: alfieri vittoriosi della Selva, che ha regalato a Ezio sul filo di lana anche un'ultimissima gioia paliesca, tra tante, così come in Piazza da monturato c'era Tiberio, l'altro diletto nipote di casa Cardaioli. Con Giorgio, oltre che con l'altro amico di sempre Emilio Giannelli, Ezio aveva condiviso gli anni spensierati al Costone, dove oltre alla pallacanestro - lui che preferiva il calcio - aveva conosciuto anche la donna della sua vita, Giovanna, che lo folgorò quel giorno al Ricreatorio per la sua capacità di volare a rimbalzo a catturare in cielo quel pallone che ha finito poi per essere la loro storia, da cui sono nati due fiori, gli amati Alessandro e Elena. Un romanzo. 


foto Augusto Mattioli

Da lì, la pallacanestro senese l'ha attraversata tutta - fino a Cus, Sagi e Commandos - oltre che seguita fino all’ultimo con l’attenzione di sempre in tutte le sue emanazioni. Perché la Mens Sana è stata la sua vita, compresa quell’ultima lezione di tiri liberi che era andato a fare più di un anno fa trasformandosi nel ghepardo di una volta al solo suono del rimbalzo del pallone sul parquet, anche se poi non è proseguita come avrebbe voluto. E anche alla Virtus - al di là del biennio da giocatore-allenatore a inizio anni Sessanta, interregno tra i suoi primi due periodi mensanini - è sempre rimasto molto legato così come a Bruttini, molto anche nell'ultimo periodo, fino alla presenza all'ultima festa promozione. Non si può sapere dove sarebbe sfociata senza di lui quella brulicante era pionieristica di sessanta anni fa, né se qualcun altro avrebbe saputo caricarsi la città sulle spalle per portarla dove è arrivata. Ma quel che si può dire senza timori di smentita è che si deve a lui - non solo, evidentemente, ma in parte notevole - se oggi Siena è una patria della pallacanestro, una piazza storica del basket, che trasuda cultura cestistica da ognuna delle sue lastre. 
 
A volte tuttaltro che "facile" e non è un mistero, sempre passionale, il Prof si infiammava parlando del più e del meno, figurarsi quando, sempre forte del coraggio delle proprie idee e della propria dignità, e con l'indipendenza dell'uomo libero, qualcosa riaccendeva la sua intolleranza alla prepotenza e alla prevaricazione, anche quando sarebbe stato più facile girarsi dall'altra parte o fare spallucce piuttosto che - quante volte è successo - mettersi contro qualcuno da non contraddire. E bisogna essere un bell'animale da palcoscenico per essere in grado di tenere la scena davanti a migliaia di persone, come richiede il mestiere che si era scelto. Ma bisogna anche essere un essere umano con un rapporto importante con sé stesso per accettare, di quel mestiere, anche l'inevitabile gogna di mettere a nudo di fronte a quelle stesse migliaia di occhi anche i propri inevitabili e numerosi errori. E spesso anche quegli errori neppure mai fatti, perché siamo tutti allenatori. 
 
Dal frullatore di una carriera è uscita così questa figura di eroe imperfetto e umano, capace di infiammare, e di sbagliare, e di inventare, e di esaltare, nel cui ricordo presto o tardi verrà l'idea di intitolargli il palasport - anche se le sue pagine più indimenticabili sono state forse al Dodecaedro, e magari al palazzetto della Virtus - o il campo di Sant'Agata da cui è cominciato tutto, o una piazza, o perfino l'intera collina di Vico Alto... e così a caldo nessun tributo pare davvero commisurato alla grandezza di questo padre della patria. 



  
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