lunedì 4 dicembre 2023

Ezio Cardaioli e quelle immeritate patenti

Il Professor Ezio Cardaioli è stato indubbiamente un padre putativo della pallacanestro senese.
Insieme al Professor Bruno Casini, di cui raccolse l'eredità alla guida della Mens Sana e a Don Armando Perucatti e Don Vittorio Bonci, i due sacerdoti che a livello cittadino ebbero un ruolo altrettanto determinante, in quanto anime e cuori di Virtus e Costone.


Per lustri Cardaioli fu riferimento centrale della pallacanestro mensanina e artefice della scalata alla massima serie e successivo consolidamento in pianta stabile. Merito condiviso con storici giocatori biancoverdi e quei dirigenti che anno dopo anno seppero confermargli la fiducia sulla base delle sue indiscutibili qualità tecniche e organizzative, ma ebbero anche la capacità di non entrare in urto col suo temperamento orgogliosamente indomabile e puntiglioso nel lavoro oltre ogni immaginazione.
  
Serietà esemplare, già dalle prime esperienze alla guida della prima squadra aveva mostrato un carattere forte e non incline a compromessi sull’idea di pallacanestro da praticare, non tollerando intrusioni nel suo raggio d’azione.
Un raggio d'azione che, com’è logico che sia, dal momento che con continuità si portano a casa le vittorie diventa via via più ampio. E nella storia di Cardaioli allenatore, di vittorie a un certo momento se ne potevano contare davvero un bel po'.

Tutte con impressa nitida la sua impronta, perché se è vero che nella seconda metà degli anni '60 e nei primi '70 la Mens Sana era una Società con un dichiarato obiettivo di crescita e consolidamento, è altrettanto vero che quel progetto faceva talvolta a pugni con realtà finanziarie tutt’altro che di prima fascia.
Bisognava inventarsi qualcosa. Sempre e a prescindere.

E anche sotto questo aspetto non si può davvero rimproveragli niente, perché consapevole delle non infinite possibilità del sodalizio individuava per rinforzi abbordabili mestieranti o prospetti molto acerbi ma – con un massiccia dose di ottimismo – anche futuribili, finendo il più delle volte, volente o nolente, per accontentarsi di giocatori dalla quotazione inferiore a quelli richiesti, perché il pane che passava il convento era comunque quello.

E per prendere in contropiede quel ricorrente destino si spese moltissimo anche in prima persona.
Davvero importante per anni la sua attività di scouting in tutta la regione, isprata dalla speranza di scovare talenti a basso o a bassissimo costo.
Talvolta erano ragazzi semplicemente più alti della media che magari di pallacanestro avevano appena sentito parlare, ma su cui ipotizzava comunque di lavorare, vista la corporatura di cui la natura li aveva dotati.

Era contraddittorio alimentare ambizioni e al tempo stesso arruolare atleti grezzi e digiuni di fondamentali, ma la continua ricerca gli permise di assicurarsi tra gli altri anche alcuni pallini.
Quei talentini fiutati nelle categorie minori e nelle giovanili, che per caratteristiche umane e techiche affini alla sua visione della pallacanestro ipotizzò importanti per la costruzione della sua squadra ideale. Ogni allenatore ne ha.
E’ l’esempio di Piero Franceschini.
Quello di Dino Ninci.
E successivamente anche di Lino Lardo, incontrato e valorizzato ormai in serie A e che pur essendo stato allenato da Ezio per due sole stagioni, una volta divenuto coach non fece mistero di ispirarsi proprio all’allenatore senese.

Un altro esempio è Danilo Nanni, giovanottone grossetano più alto dei suoi coetanei, ma mezzo lungo al cospetto dei pivot allora protagonisti in serie A e B.
Ezio avvistò quel ragazzo appena in tempo utile per convincerlo a giocare nella Mens Sana, ma appurata l'impossibiltà di avere la pur modesta copertura finanziaria, stante l’urgenza di battere la concorrenza, propose alla Polisportiva di acquistarlo a proprie spese, a mezzo col dirigente Franchi (citazione dal libro Dal basket amatori alla serie A, andata e ritorno).

La storia racconta che coach e giocatore non fecero poi in tempo a stabilire un rapporto come quelli con Franceschini, Ninci o Lardo, perché già dopo poche uscite con la maglia biancoverde le attenzioni delle squadre di serie A si fecero pressanti. Così quelle della nazionale, che lo chiamò sebbene giocasse ancora in terza serie.

Appena una stagione a Siena e Danilo Nanni spiccò il salto verso una carriera di serie A di tutto rispetto – Libertas Livorno, Virtus Bologna, Pallacanestro Cantù, Olimpia Cagliari – e a Cardaioli va ascritto il merito di aver per primo creduto e dato un’opportunità a quel giovane a cui la sorte aveva assegnato un nome e un cognome che a Siena con ironia potevano essere letti come la maldestra scimmiottatura del quasi omonimo e ben più conosciuto e stimato industriale, altissimo dirigente paliesco e della Robur e padre di Guido, Gianna e Alessandro.

Ma se mettessimo in fila tutti coloro che, da Giustarini a Dolfi, da Ceccherini a Carlton Myers –passando per Rusconi e Chiacig, cui gli insegnamenti di Ezio permisero di avere una dignità ai tiri liberi – furono scoperti, migliorati, lanciati o semplicemente valorizzati dal Professore, potremmo stare qui un’intera giornata.
Questo del resto era il suo credo e il suo modo di operare.
Cattedratico dei fondamentali, istruttore di atletica e profondo conoscitore del gioco in ogni suo aspetto, esaltare al massimo ciò di cui poteva disporre per ottenere il massimo risultato di squadra fu sempre il suo obiettivo.

C’è una definizione su di lui resa da Roberto Morrocchi o forse Paolo Maccherini, non ricordo bene: Cardaioli sapeva fare l’abito ai gobbi.
Una similitudine che la dice lunga sull’artigiana maestria nel lavorare al meglio sulle qualità individuali per farne patrimonio del gruppo.
Come il maestro di pietra che prepara ogni singolo tassello affinché esalti tutto il mosaico.
Come il bravo tarsiatore che armonizza perfettamente ogni incastro che renderà unico e irripetibile il tavolo.

Era la sua una generazione di allenatori preparatissimi: Taurisano, Pentassuglia, Zorzi, De Sisti, Guerrieri...
Non solo si figuravano la partita alla vigilia, ma sapevano poi leggerla in corso d’opera per adeguare il piano, anche più volte, al bisogno.

Eppure molte persone, tra cui addetti ai lavori e una superficiale parte della stampa del nord, all’esordio in A nel ‘73 gli dette la patente di allenatore sparagnino, il cui gioco al rallentatore era contrario al concetto di bellezza.
La zona della nonna, il ti-tic ti-toc per tirare al limite dei 30 secondi e bla bla bla… Uffa!
Niente di più falso.

Certo, quello era il periodo in cui le caratteristiche fisiche di alcuni giocatori mensanini – Bovone e Johnson, ma anche Cosmelli – e la loro limitata velocità imponevano ritmi controllati in attacco e zona o difese miste in difesa, ma basta sforzarsi di ricordare altri momenti della carriera o dare un’occhio alle statistiche per rendersi conto che il gioco delle sue squadre non è stato solo compassato, ma ha spesso assunto forme spumeggianti, divertenti e ha espresso delle individualità importanti. Non trascurando all’occorrenza di andare sopra i 100 punti.
Anche in serie B.
E senza il tiro da 3!

Detto dell’esigenza di far coesistere due lunghi pesanti e statici come Bovone e Johnson, servire loro palla non in movimento ma da fermi, basta voltarsi e tornare indietro anche di un solo anno, al campionato ‘72/’73, per verificare che affidatagli una squadra con caratteristiche fisiche diametralmente opposte – Luigi Paoli, 2 metri in punta di piedi, pivot – la fuoriserie mensanina girò a tutt’altri ritmi: secondo attacco della serie B e 23 vittorie in 26 gare.
Quasi 21 punti di scarto a partita, di gran lunga il migliore tra le 28 squadre della cadetteria.
Bella, divertente e vincente!

Potremmo parlare del gran lavoro fatto a Forlì – Jolly Colombani, poi Recoaro – e Livorno – la bella Libertas di Hackett padre, poi Peroni di Kevin Restani – e chiedere loro cosa pensano del gioco espresso.
E chiedete a voi stessi quanto del suo immenso sapere cestistico Maurizio Gherardini acquisì lavorando di fianco a Ezio.

Potremmo poi parlare, ma questo è un argomento spinoso da trattare a parte, dei pochi mesi alla guida del Sapori con 2 americani – Bucci e Fernsten – e Roberto Quercia.
Prime 4 partite, boom! 101 punti di media!
Al momento dell’esonero, 11 gare disputate a quasi 92 punti a sera, secondo posto in classifica e quasi sempre tutto esaurito.

Alcuni sostengono aver avuto difficoltà nei rapporti con campioni che si ispiravano al free play americano, ma a parte tensioni palpabili con l’incredibile Griffin del primo anno forlivese, cancellate dalla successiva duratura e fruttuosa collaborazione con lo stesso Rod, parlano a suo favore i risultati ottenuti con incredibili talenti e spiriti liberi sul campo come Abdul Jeelani e Alessandro Fantozzi.
In quanto al rapporto con George Bucci, sono dell’avviso che i problemi furono causati in parte anche dall’autodichiarata difficoltà con lo slang americano.
Ma tra le tante qualità vogliamo fare a Ezio una colpa proprio di questo?

Nel 1976 solo una ristretta cerchia di tecnici poteva vantarsi di fare l’allenatore professionista. Tutti gli altri erano semi-professionisti, con lavori normali e famiglie normali: moglie, figli, limitata disponibilità di tempo.
Per quanto importante, imparare l’inglese poteva non essere prioritario.

Ci sono allenatori che a Siena sono considerati veri idoli, che oltre all’avere le stesse difficoltà con la lingua rifiutavano pure l’idea di salire su un aereo per il terrore di volare e i giocatori dell’NBA o dei college erano costretti a farseli raccontare anziché osservarli in prima persona come facevano tutti i colleghi.
Eppure sono tutt’oggi considerati miti, dei maestri e il popolo mensanino va giustamente orgoglioso delle splendide stagioni sportive vissute con loro in panchina.

No, Ezio Cardaioli è stato molto più che un allenatore sparagnino che uccideva il gioco.
Come detto sopra e come retaggio della cultura italiana dal dopoguerra e fino agli anni ‘80, si fa il meglio con quel che si ha a disposizione.
Così una cena aprendo il frigo e così le squadre costruite con budget non illimitati.
Poi c’è chi riesce ad aver risultati e chi no, ma qui entrano in gioco la bravura della padrona di casa e dell’allenatore.

E in quanto alle difese rompicapo, lo dice la parola stessa: ci vogliono impegno e ingegno anche per costruirle, non solo per affrontarle.
Dunque la difesa è un’arte, che non tutti sono in grado di approntare o di portare a livelli elevati.
La difesa è un aspetto del gioco tale e quale all’attacco, ma rispetto all’attacco richiede ancor più applicazione.
Perché è sacrificio. E’ applicazione costante, di gambe, di corpo e di testa.
E’ volontà. E’ squadra.

Ne sappiamo qualcosa per averle viste di meravigliose ciclicamente all’opera per decenni.
Le zone e le miste del Carda.
La multipla di Lombardi.
La simile, sempre di Lombardi.
Quelle di Ataman.
Per chiudere con quelle definitive, chiuse a doppia mandata ideate da Banchi e Pianigiani, con in punta McIntyre e dietro Stonerook.

E allo stesso modo non si può ridurre la diplomazia di Cardaioli al solo rapporto con Bucci.
Anche perché si deve essere in due per averlo un rapporto.

Visto con gli occhi di un ex alunno, il primo approccio col Professore poteva non essere morbido.
Era una persona assolutamente pragmatica: pochi discorsi, ancor meno fronzoli, si doveva andare alla sostanza delle cose.
Ma avendo la fortuna di approfondire la conoscenza, entrando in rapporto si scopriva un uomo invece ironico e cordiale, certamente amichevole e oltremodo affettuoso.
Un affetto che non nascondeva, né tanto meno lesinava ai suoi tanti ex collaboratori e alla moltitudine di giocatori che aveva allenato. Progenie compresa.

Non ultimi, noi pubblico.
Noi semplici appassionati, con cui si dimostrava sempre amichevole e disponibile.
Noi meno conosciuti o perfetti sconosciuti dal suo punto di vista, a cui non negava comunque di disquisire di Mens Sana e di pallacanestro in generale.

Smettere di allenare, così come smettere di giocare è un fatto che spesso accettiamo a malincuore ma perfettamante naturale, biologico.
Passano gli anni, passano le stagioni, i vecchi eroi fanno posto e si affacciano alla ribalta nuovi beniamini.
Solo che a differenza di tutti gli altri ex, questo è il suo penultimo merito, Ezio dal palasport non se n’è mai andato, perché per decenni ha occupato il suo posto di abbonato, come un qualsiasi altro innamorato biancoverde.
Innamorato della Mens Sana, qual era.

E quando non ha potuto più seguirla per motivi di salute, questo è l’ultimo merito, ha continuato a regalare a tutti coloro che per un motivo o per l’altro hanno a che fare con palloni di color arancio, senza distinzione di categoria né di età, il suo più sincero supporto e i suoi preziosi consigli, frutto di una vita pensando pallacanestro.

E’ stato un enorme piacere conoscerti Ezio.
Che la terra ti sia lieve.

 
Gabriele Grandi

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