Il peso sulla testa di anni di attese, sofferenze e fede, gli occhi gonfi di passione, sentimento e vita, il rovescio di lacrime a cui abbandonarsi libero e liberatorio, nella surreale e da oggi memorabile cornice di Sora, riempita dall’ardore del boato: invocazione al cielo a pieni polmoni e canto d’amore atavico, una Verbena per annunciare al mondo che la Mens Sana sta tornando.
C'è anche l’innegabile tocco di epica aggiunto dall’ultimo chilometro di questa stagione che resterà a imperitura memoria, l’autocanestro (annullato) finale della Viola per pareggiare il balletto di tiri liberi sbagliati per perdere (e perderemo! di 2) piuttosto che andare all’overtime e rischiare di perdere con più di 7 punti di scarto. Vincere perdendo, dunque, una partita che forse non contava, perché sarebbe uno stupore arrivare in autunno e non ritrovarsi insieme a Reggio Calabria anche al piano di sopra, visto che ripescaggi ce ne saranno. Ma contava per la Mens Sana, che con Federico Vecchi in panchina completa con un successo sul campo una risalita compiuta in gran parte facendosi trovare sì competitiva sul parquet ma soprattutto pronta a livello societario, per le chiamate al piano di sopra con cui era salita prima in Silver (2020), poi in Gold (2022), infine in B Interregionale (2024).
Un passo per volta, da zero, dalle macerie e dalla devastazione anche reputazionale dell’era Macchi e di un sistema che aspirava a far camminare la Mens Sana dopo anni senza le gambe della Banca, e che invece si era dimostrato facile preda del banditismo criminale. E’ arrivato a un fiato dall’estinzione il fuoco sacro, salvato dalla ripartenza di Riccardo Caliani e Pierfrancesco Binella, ore e giorni, mesi e anni, a tener viva la fiammella, togliere la cenere ma anche lo schifo, e poi soffiando, soffiando, soffiando. Con un volto, due gambe, spesso due grandi mani e sempre un grande cuore che in campo c’è sempre stato, dalla Promozione alla B1: capitano mio capitano, Edo Pannini.
E dove eravamo in due a ballare l’hully gully, adesso son tornati più di tremila e una città intera. Al di là dell’onore per chi ha mosso instancabilmente le mani dall’interno, sempre di più fino al grande coinvolgimento sotto la presidenza di Francesco Frati, il senso per cui è tornata a essere la Mens Sana non è intestarsi oggi di essere tra quelli che ci sono sempre stati e ci hanno sempre creduto, perché già per quel 73-40 contro Atletica Castello del 13 ottobre 2019 c’erano 820 persone al palasport (in Promozione!). Il senso è che chi negli anni è tornato, o si è aggiunto, non è mai stato ospite, ma parte di una festa non esclusiva ma inclusiva, in cui attorno a quel fuoco sacro più amore c’è e meglio è. Si è sempre parlato della B1 come del calcio massimo che potesse tirare la configurazione societaria con all’interno la Polisportiva, da cui era arrivata la ripartenza. Forze nuove, come noto, sono arrivate da qualche mese dagli investitori americani di Wibog: oggi in società con una quota del 25%, poi si vedrà.
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Un altro dato di fatto è che con questa stagione si chiude l’era della parità. Della parità cioè tra le squadre senesi, seconda fase dell’era più ampia che fotografa gli anni, dal fallimento del 2019 in poi, in cui la Mens Sana, frutto amaro della ripartenza da zero, per la prima volta più o meno da sempre si è ritrovata a non essere la prima squadra di Siena, e a lungo neanche la seconda, se parliamo di categoria e di risultati. E qui è il momento di parlare della Virtus e del Costone. Che in queste stagioni non hanno vissuto il picco massimo delle proprie storie, arrivate in altre epoche rispettivamente fino alla B1 e alla Serie B, ma sicuramente, sfruttando anche l’opportunità di risorse importanti per dare uno slancio espansivo ai propri progetti, hanno vissuto anni ruggenti fondamentali per rinfocolare le proprie identità, a consolidare se non allargare la propria base, a reclamare il posto al sole meritato per la propria distinta identità.
La Virtus è passata da ambizioni poi mai davvero perseguite da prima squadra cittadina a un ammirevole rafforzamento della struttura giovanile nel momento in cui la Mens Sana aveva lasciato un vuoto, fino nei mesi scorsi a un accordo proprio con la Mens Sana e a un ritorno nell’alveo originale che vivrà una fase importante in questa estate. Finito questo ciclo, col canto del cigno di essere stata la squadra che è andata più vicina a fermare Lucca, sarà ridimensionamento vero, visti i costi importanti della B2, quasi il quadruplo rispetto alla C1. Tante rinunciano, non la Virtus, che però - dimezzando il budget della prima squadra - la farà con i ragazzi, puntando sulla forza del proprio vivaio e su profili senesi, per un anno che magari sarà rischioso e da obiettivo salvezza, ma necessario per porre le basi per le prossime stagioni.
Ha cullato e soprattutto costruito convincenti sogni di B1 il Costone, provando passi da big e costruendosi una credibilità a questi livelli che per vissuto recente non poteva avere, ma che tornerà fondamentale adesso per attrarre comunque giocatori di qualità nonostante la riduzione di risorse in arrivo: non drastica, perché tanti continueranno a essere i giocatori professionisti, ma mirata a stabilizzarsi su una dimensione sostenibile sul lungo termine, continuando in società e fuori il lavoro per strutturarsi. Entrambe, Virtus e Costone, ripartiranno per questo nuovo ciclo dalla promozione di coach senesi, Filippo Totaro e Filippo Franceschini.
Anche se la Mens Sana vede più il lato faticoso che quello positivo, sono stati anni che hanno fatto bene al movimento cittadino, pur con tanti limiti a cui si deve ancora lavorare, perché proprio mentre la passione stava per estinguersi è tornato ad ardere per il basket anche grazie a queste dinamiche. Creando così grazie a queste stagioni quell’humus di nuovo fertile di cui la Mens Sana potrà beneficiare per combattere l’ineluttabilità dell’anagrafe. Insieme alla ricca semina fatta in viale Sclavo coi risultati sul campo di una crescita costante, sul campo e fuori.
(16-19; 33-40; 44-49)
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