Non solo i social, i bar, le chat di gruppo, dove la reazione umana è non solo comprensibile ma di più, identitaria. Tutto l'ambiente. Era la serata in cui il popolo della Mens Sana aveva investito emotivamente tutto, vedendoci la porta di ingresso alla rinascita attesa da anni. La frustrazione per sconfitta, e il modo in cui è arrivata la sconfitta, con una comparsata a dir poco inadeguata all'occasione, ha creato non una cappa, non una spirale: una valanga di negatività. E' il momento della prospettiva.
Alzata l'asticella, non sono frasi fatte, cadere fa ancora più male, in un clima emotivo sovraccaricato anche da giorni di crescenti tensioni con Lucca. E' stata una serata deludente? Sì, molto. Automatica nell'immediato, ma necessaria da elaborare col passare delle ore, la reazione di pancia è più facile, ma a che serve? Anzi, è quello che serve? Come se la stagione fosse finita con una retrocessione vergognosa. Quando in realtà la stagione non è neanche finita. Tutto a tre giorni di distanza da quella che era stata vissuta di contro come la partita simbolo della rinascita, con un palazzo meraviglioso a coronare una prestazione da ricordare. E parliamo della stessa squadra.
Si tratta di una partita sbagliata. Di più: non giocata. Arrivata a culmine di un percorso che è stato il massimo fattibile: fino alla "bella" della finale per la promozione contro la favorita naturale. Non è la retorica del "grazie lo stesso", anche se arrivarci non era esattamente previsto. Poi il campo ha detto che, per i meriti del lavoro fatto e anche per le risorse a disposizione e come la squadra è stata costruita e puntellata, questa Mens Sana alla fine era meno outsider di come era partita. Ma realisticamente: non è che siccome a inizio stagione non si era partiti con la necessità di arrivare fin qui, poi una volta che sei a giocartela non fa niente se hai perso. E' giusto, anzi vitale volerlo, l'obiettivo, con una forza pari a quanto ha fatto male ora non averlo raggiunto.
Due anni fa per la sconfitta all'ultimo tuffo nella finale persa col Costone la reazione era stata differente, di grande orgoglio. Dice: allora la Mens Sana se l'è giocata fino in fondo, stavolta non si è presentata. Ma allora era proprio finita, non c'era un'altra possibilità: oggi sì, con gli spareggi. Nell'ottica di una stagione che non finisce con una partita da vita o morte ma che offre ancora una prova di appello, aver perso di 1 o di 20 è uguale, in una finale che decisiva solo per chi la vinceva. Anzi, c'è sempre la possibilità che lo shock dello schiaffone possa rivelarsi lo stimolo ultimo per spremere quel che resta e arrivare come si deve all'appuntamento che darà davvero la sentenza definitiva.
E' vero che fuori casa ai playoff la Mens Sana è stata un'altra squadra. Ma la pagina finale, in due atti, non sarà in casa ma neppure in trasferta: in campo neutro (anche troppo, neutro) a Sora. E la sfiga di trovare sul proprio cammino la squadra più forte di tutti i sei gironi di Serie B Interregionale è già capitata. Il cazzotto allo stomaco è stato forte, e la reazione naturale, ma portarsela dietro è tafazzismo totale. Se si è creato un legame speciale è anche per il rapporto di fiducia che questo gruppo di lavoro ha dimostrato di meritare proprio con il percorso fatto. Che resta. I conti si fanno alla fine, e non è ancora la fine.
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