venerdì 19 giugno 2015

L'ultimo scudetto. Oggi. Due anni fa. Un film

Il 5 giugno (2004). Il 30 aprile (2002). Il 27 giugno (2014). Da qualche giorno anche il 14 giugno (2015). E quanti altri. Tanto più quando si entra in questo momento dell'anno, il calendario mensanino zampilla di anniversari e ricorrenze. Oggi ce n'è uno importante. 19 giugno 2013. Palazzetto dello Sport di Roma, per grandi e piccini PalaTiziano. Virtus Roma-Mens Sana 63-79. Finale vinta 3-1. L'ottavo scudetto della Mens Sana. Il settimo consecutivo. L'ultimo.

Per molti è stato lo scudetto più bello. Personalmente non è un tipo di classifiche che mi piace: ho sentito l'ultimo anno di Crespi spodestare quello di Banchi, che aveva spodestato qualunque altro titolo di Pianigiani, che aveva spodestato quello di Recalcati e così via. Forse è una questione di prospettiva comprensibilmente schiacciata sulle emozioni del presente, più che di ingratitudine per il passato. Più bello o meno, se la gioca per essere stato uno degli scudetti più inaspettati. Anche qui, forse non il più inaspettato, perché anche il primo di Pianigiani, nonostante alcune buone sensazioni che si respiravano oggettivamente, nacque con ben poche certezze.

Quello di Banchi arrivò con un budget più che dimezzato rispetto all'anno prima (e ai tempi sembrava un'enormità), con i soli Eze (vabbè), Carraretto, Ress e Moss da precedenti campagne vincenti, e intorno Brown e Hackett alla leadership del gruppo di Janning e Ortner, Kangur e Sanikidze, mettiamoci anche Rasic e Christmas, dopo aver perso per strada chi avrebbe dovuto essere da quintetto, come Kemp e Kasun. Superato dagli eventi dal "film" vissuto l'anno dopo, quest'altro film colpevolmente si è un po' perso nei ricordi. Stagione di culto, a rivederla ora. In cui si scopriva di aver (ri)scoperto valori nuovi, poi nel frattempo se ne sono scoperti ancora di nuovi. E infatti è uno dei tre trofei andati venduti all'asta, non per caso.

Forse per questo più epico di altri, non fu esattamente un successo della qualità, o comunque della continuità. La storia incredibile di una squadra capace di vincere la Coppa Italia a Milano, battendo Reggio Emilia, Sassari (chi si rivede... le finaliste di oggi) e Varese, la grande rivale di quell'anno. Tutto dopo un'andata positiva ma "nuova", chiusa al terzo posto dopo anni di monologo. Fu solo l'inizio dell'altalena. Una squadra che non è più riuscita a vincere in trasferta per un intero girone, 8 sconfitte di fila fuori casa. Che da inizio marzo (72-68 in volata a Milano) a inizio aprile perse cinque partite su sei: Roma in casa, poi a Caserta, ad Avellino e a Cremona le altre sconfitte, unica vittoria con Cantù.

Fu la prima a fare di brutto i conti con la nuova formula della Top 16 di Eurolega interminabile a 14 partite, e non più a 10. Girò la boa di fine andata sognante, nientemeno che in testa al gruppo alla pari col Barcellona con sei vittorie su sette partite, due successi davanti all'Olympiacos poi campione d'Europa, battuto a casa sua col caso del canestro alla fine di Bobby Brown a tempo scaduto. Te l'immagini una squadra del genere alla Final Four? E infatti... Ritorno allo specchio da sei sconfitte in sette partite, più o meno in coincidenza col naufragio in campionato, dal -31 di fine febbraio a Tel Aviv al -12 nello spareggio di Vitoria all'ultima giornata a inizio aprile, le ultime cinque perse di fila.

Ai minimi storici, una squadra che arrivò sotto ai playoff fragilissima. Ma la rinascita finale magari cominciò proprio potendosi concentrare solo sul campionato. Il playoff tutto senza fattore campo, andando a vincersi due volte gara-7 in trasferta. Ai quarti con Milano, chiudendo l'era Scariolo e propiziando di fatto l'incontro Proli-Banchi al Birrificio di pochi giorni dopo. E in semifinale con Varese, la dominatrice della stagione, in una serie incredibile: vincendo gara-2 in trasferta, fallendo il matchpoint casalingo in gara-6 (Sakota) e andando a riprenderselo in un ambiente torrido a gara-7. La finale con Roma a quel punto era il meno...

Finì a gara-5 con eroi Bobby Brown e Hackett (a lanciare cori eloquenti su Armani, diventato suo datore di lavoro un anno e mezzo dopo), la festa alcolica al ritorno a Siena con Christmas sugli scudi (e sulle macchine), l'harlem shake da chiodi sul pullman, Banchi già consapevole del suo futuro (eppure con la maglietta del fratello "EA8 ci siamo noi"), Crespi non ancora totalmente, Minucci che per una volta festeggiò rinchiudendosi con non più di tre-quattro fedelissimi in uno stanzino degli spogliatoi del PalaTiziano. Per tutto l'anno era stato meno presente che in passato, il simbolo era stata la sua assenza nella tournee americana tra Cleveland e San Antonio, una cosa che a riguardarla ora fu roba da matti: parliamo delle due squadre che hanno giocato le ultime tre finali Nba. La Mens Sana era lì. Una stagione non si racchiude in una carrellata così volante, ma a volte ne vale la pena anche così.


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