martedì 2 giugno 2015

All'asta dei trofei si arriva così. "Now what?"

La totale distinzione tra le due sfere (in campo o fuori, presente o passato...) permette di aprire una doverosa parentesi sulla discussa questione dell'asta dei trofei della Mens Sana Basket, senza per questo molestare la concentrazione dell'ambiente verso la finale con Cecina. Perché i tempi si intrecciano, in queste poco più di 48 ore in cui - sul parquet e fuori - la Mens Sana avrà risposte importanti a domande aperte da mesi. Le domande fuori dal campo (i vecchi trofei torneranno alla nuova Mens Sana?) forse una risposta già ce l'hanno: né il Comitato né la Polisportiva parteciperanno all'asta in programma nella giornata del 3 giugno.

Il tema viene da lontano ed è stato già abbastanza sviscerato: la questione è emersa a dicembre, i tifosi avevano dato da subito la disponibilità a partecipare, poi hanno portato avanti una sottoscrizione, poi si sono aperte le riflessioni necessarie a fronte della situazione che si è creata, infine la strategia studiata in concerto da Comitato e Polisportiva. Quello che è successo è che, purtroppo solo nell'imminenza della scadenza dopo settimane invece vissute in un'attesa di segno opposto, chi avrebbe voluto tentare il riacquisto ha realizzato che le condizioni di un'asta online rendono l'obiettivo se non impossibile, quantomeno proibitivo.

E' stato il Comitato a realizzare la difficoltà della questione, comunicandolo venerdì in una riunione con la Polisportiva. Che si è riservata di decidere, ma ha fatto sue le considerazioni. E' atteso un comunicato da parte della società, addebitando probabilmente la decisione anche al desiderio di non intaccare l'equilibrio dei conti. Se ancora il comunicato non è arrivato, l'unico motivo può essere che non si vuole turbare la vigilia della serie più importante dell'anno.

Le difficoltà che hanno fatto arenare tutto sono legate alla natura dell'asta online, nota ormai da tempo ma la cui consapevolezza è stata evidentemente graduale, soprattutto per chi naturalmente non lo fa di lavoro. Una decina di volenterosi aveva dato al Comitato la disponibilità a monitorare le varie aste per agire in caso di bisogno. Non abbastanza per i circa 50 trofei (una ventina i principali, poi i piazzamenti e poi quelli delle giovanili, nei tre lotti preparati) in vendita individualmente e contemporaneamente. Che moltiplicato per quattro potenziali aste a prezzi decrescenti, più un'ultima eventuale a offerta libera, fa 250 aste nell'arco di un'intera giornata.
Non solo. Legati alla modalità dell'asta, ci sono altri due obblighi: versare una caparra (non meglio precisata) di alcune migliaia di euro per partecipare a tutte, e qui pare che potesse pensarci la Polisportiva, e pagare in contanti già venerdì quanto eventualmente vinto nell'asta del mercoledì, evidentemente un problema per chi come il Comitato ha raccolto interessanti sottoscrizioni (promesse) ma non ancora soldi.

Non era possibile un finale diverso? Forse sulla decisione no, forse sui tempi sì, e anche sul cosa fare adesso. Che sia responsabilità di qualcuno o meno (di chi non fa l'asta, di chi la organizza, sicuramente di chi mandando tutto in malora l'ha reso necessario), è evidente che finisce mortificata la passione di chi si è dimostrato disposto a spendere dei soldi per il riacquisto dei trofei, pur essendo già stato abbondantemente parte lesa nella faccenda della fine della Mens Sana Basket.
D'altra parte, una considerazione oggettiva è che era difficile che chi come la Polisportiva - certo nel frattempo spalleggiata, se non trascinata, dai tifosi - a suo tempo aveva rifiutato di acquistare tutto l'ambaradan per circa 60mila euro, adesso fosse disposto a partecipare a una gara a condizioni particolari (quelle dette) in cui la base d'asta solo per il lotto più importante era di 40mila euro. Poi può scendere nei ribassi graduali se va deserta, ma può anche salire se c'è gara. Idea personale, se ci fosse stata la possibilità e/o la volontà, aveva più senso accettare le condizioni del curatore fallimentare per acquistare i trofei via trattativa privata, piuttosto che farlo adesso attraverso l'asta. La si considerò una stima immotivata. Se a suo tempo si è detto che non c'erano i soldi, non stupisce che non ci siano ora. Poi naturalmente è questione di valutazioni...

E adesso? Quello che filtra è una sorta di auspicio che ogni asta vada deserta. Peraltro sempre il solito, ma stavolta senza neanche essere presenti a "presidiare" lo svolgimento. Se andassero effettivamente deserte e si procedesse a prezzi ulteriormente ribassati o a nuova trattativa privata (è possibile?) se ne riparlerebbe. E' la legge del mercato: se viene meno la domanda, magari anche il prezzo cala. Ma sul fatto che la domanda venga effettivamente meno, naturalmente si fa al buio. La necessità è diventata strategia. Ma per essere strategia vera, avrebbe senso che non si fermasse qui.

Nel senso: non si possono ricomprare i trofei? Si rischia di perderli? Se una battaglia non si può combattere, ne serve una nuova alla propria portata. Un altro obiettivo su cui far convergere l'ambiente, come scelta "politica" intrapresa per affrontare la questione. Una riflessione era partita da subito: si parla solo di latta? Per molti evidentemente no, se si era decisa la sottoscrizione per il riacquisto. Ma è indubbio che ancora più importante degli oggetti fisici sia il riconoscimento in capo alla nuova società dei trofei della sua precedente costola Mens Sana Basket.

Non è affatto una missione impossibile, a piazze in cui c'era molta meno continuità tra società passate e future è stato riconosciuto senza problemi. Ma è una battaglia da cominciare a combattere. Tra l'altro sostanziale, per il riconoscimento ufficiale di quello che il popolo mensanino con ragione non ha mai smesso di sentire suo. E se anche i trofei materialmente dovessero finire altrove (e al momento non c'è modo di evitarlo: si è scelto di fare così) la storia di quelle vittorie resterebbe comunque - anche formalmente - un patrimonio indiscutibile e fondante della rinata Mens Sana. Lo è già? Se è per questo, allora, lo è già anche senza la latta. Che fino a giugno era chiusa in una stanzina, per quanto fosse la stanza dei bottoni. Mentre l'albo d'oro ufficiale è quello di cui ci si fregia davanti al mondo. E a se stessi.

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