domenica 18 gennaio 2015

Perdere (aver perso) anche a Empoli

La richiesta di essere brutti, sporchi e cattivi è stata esaudita in pieno. Forse bisognava aggiungere anche "vincenti", e quello è mancato. La sconfitta a Empoli, con 56 punti segnati sul campo della squadra ultima in classifica dopo averla quasi doppiata all'andata (71-37), rappresenta in valore assoluto il nuovo minimo della Mens Sana.

Avrei preferito parlare di basket in maniera un po' più leggera, dalla natura dell'attacco (e le sue difficoltà) alla novità (consigliata dall'infermeria) di avere Chiacig dalla panchina, e altro ancora. Ma la terza sconfitta in quattro partite, vista dallo streaming di Siena Tv, inchioda a un nuovo lunghissimo pistolotto sullo "stato della nazione".

PASSO INDIETRO - Ci sarà chi la pensa (anche molto) diversamente, ed è sicuramente più immediato farlo, ma personalmente non credo che a livello di atteggiamento la sconfitta di Empoli sia stata un passo indietro rispetto alla partita persa in casa con Piombino. Provo a spiegarmi: forse sbagliando, ma quello che si chiedeva (forse lo chiedevo io e basta) per questa partita era non necessariamente di vincere di nuovo di 40 ma di calarsi nello spirito da battaglia imposto da un campo del genere, e dal campionato in generale.

Questo c'è stato molto più che con Piombino, il problema è che Empoli non è Piombino (vabbè, neanche Piombino era il Cska): se il risultato è stato di nuovo una sconfitta, è stato per una sorta di "adeguamento al peggio" sul piano tecnico che, mettendo da parte i propri talenti pur di scendere dal piedistallo, ha appiattito le differenze di talento. E' appena ovvio che ancora non ci siamo, e il giusto equilibrio stia in mezzo tra questi estremi.  

Chi è causa del proprio male pianga sé stesso, ma è stato palese che a un certo punto è andato tutto storto, anche al di là degli effettivi demeriti e di quello che possa essere spiegato con la logica, con una squadra di big della categoria che si sono ritrovati smarriti, che "hanno perso il filo" dicevo nei giorni scorsi, da dominatori a essere in balìa del minimo soffio di vento, lontani parenti di loro stessi (perché loro stessi, per dirne solo una, in carriera non avrebbero mai lasciato quei rimbalzi decisivi nel finale a Empoli).

MEA CULPA - La frustrazione nel non riconoscersi in una prova del genere spiega ma non giustifica l'attaccarsi agli episodi, agli acciacchi, agli arbitraggi. E' l'atteggiamento sbagliato. Dopo partite del genere esiste solo il mea culpa, anche prendendosi colpe che non si ritiene di avere, mettendosi in discussione, perché dopo un risultato così - al di là della prestazione, è la prima che ha perso contro l'ultima - non si può non dire che qualcosa è andato storto, che significa che tutto è andato come doveva (poi ci sta di tenere per sé il "qualcosa", per lavorarci nelle sedi appropriate, che siano la palestra o altro). Non mettersi in discussione è presunzione. E' più facile per un gruppo umile coagulare il sostegno di tutti, di cui ora pare esserci bisogno.

NERVOSISMO - La frustrazione spiega anche il nervosismo ma non per questo lo rende utile: serve lucidità, è anche da questo che ci si dimostra "da Mens Sana". Meriterà forse nei prossimi giorni un discorso a parte il nervosismo (di tutti, e non da oggi) nei confronti degli arbitri: non ingiustificato, ma dubito che lo sguaiato pollaio continuo sia la soluzione migliore, piuttosto un segno di debolezza. Preferisco soffermarmi sul nervosismo all'interno della squadra. E' vero: c'è la frustrazione, c'è delusione, è comprensibile sentirsi sotto pressione, ma sfogarsi in crisi di nervi distruttive fa solo danni. La forza mentale è uno dei requisiti richiesti per essere "da Mens Sana".

LEADERSHIP - Capisco chi si aspetta che il ruolo di guida (prima per non andare in difficoltà prima, adesso per uscirne) arrivi dalla panchina. Mi piace ragionare anche su chi può svolgere il ruolo di guida in campo. Senza nulla togliere al temperamento di altri, fondamentale, ma la cui consistenza nelle difficoltà è lì da vedere, gli uomini a cui chiedere leadership sono due ma entrambi, nonostante la grande volontà, in questo momento non riescono a darla. Non solo per carriera, esperienza, ma anche per attaccamento alla città e voglia di far parte del progetto, Roberto Chiacig è un leader. La sensazione esterna (quindi molto probabilmente sbagliata) è che per 9 volte (o 99, o 999) in cui riesce a esserlo a pieno titolo, ce n'è ogni tanto una un po' meno costruttiva in cui si rimangia parte del gran lavoro che sta facendo (vedi anche paragrafo sopra).

L'altro leader, tecnico oltre che per personalità, è Davide Parente. A lui in estate si è deciso di dare le chiavi della squadra, non per caso o per sbaglio, ma per meriti acquisiti altrove. E' palese quanto stia vivendo la pressione di dimostrarsi all'altezza del ruolo anche quando il fisico, la confidenza col campo, gli equilibri che si erano creati, non lo aiutano a ritrovarsi per come si conosce. Non so se fosse presto per dargli le chiavi della squadra, non credo, i tempi parevano maturi sia per il recupero dall'infortunio che per la parte di stagione che resta davanti.

E' un fatto che i nuovi incastri col suo accresciuto ruolo hanno coinciso col regresso. E' un fatto che la sua voglia di fare - diventata strafare - sia costata punti in classifica, vedi i finali (con scelte sbagliate prima di concetto e poi di esecuzione) con Empoli, Piombino e anche Livorno. Ma credo sia un male necessario. L'obiettivo è che dargli ora la fiducia che si è deciso di assegnargli in estate paghi dividendi più avanti, quando la Mens Sana avrà una stella che si sarà costruito le certezze individuali per trascinarla nelle partite decisive in cui si spera di arrivare, per quanto oggi apparentemente lontane. Almeno questo è l'auspicio. Solo per memoria corta si può trascurare di non aver già visto succedere qualcosa del genere a Siena, e non sto a fare nomi.

AMBIENTE - Essere delusi è il minimo, arrabbiarsi è normale. Un pericolo molto attuale è quello che la gente intorno alla Mens Sana si abbandoni a isterismi scuola-Fortitudo, laddove l'irrequietezza di una piazza comunque competente ha prima messo pressione, poi non ha aiutato a risolvere le difficoltà, infine le ha acuite, allontanando il gruppo di lavoro da soluzioni che sono alla portata, finché la stagione non è finita. Visto che si parla tanto dello spauracchio-Fortitudo, questa è una delle grandi lezioni ammonitrici da non ignorare.
 
E' scontata la libertà di ognuno di interpretare la propria vicinanza come preferisce. Il sostegno non si dà a comando, ma se convinti. Ma è difficile vedere costruttività nello sparare nomi o (altro discorso) nel rivangare un passato che non torna, sicuramente non oggi. E' giusto che i tifosi facciano i tifosi. Significa sfogare la rabbia? Significa consapevolezza degli effetti delle proprie posizioni? Potrebbe essere un'idea un confronto con la squadra, se costruttivo per entrambe le parti, anche se fatalmente coinvolgerebbe quasi solo il tifo organizzato, che è solo una parte della questione.

Fine dello sproloquio. Per oggi.

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