lunedì 8 marzo 2021

Giorgio Brenci, il saluto a un grandissimo

Senza tanti giri di parole, Giorgio Brenci è stato per la Mens Sana Basket quello che gli americani chiamano “uomo franchigia”.

Di più, a mio modestissimo parere tra i personaggi pubblici è stato l'insuperato esempio, l'archetipo di cosa sia l'assoluta, cieca e disinteressata dedizione alla Società.

Nessuno come lui per decenni ha saputo assumere più volte la responsabilità di alti incarichi tecnici, perfino i maggiori, per poi ogni volta tornare con umiltà al punto di partenza: la cura della crescita delle nuove leve e delle giovani promesse.

Senese purosangue, Brenci per quasi cinque decenni fece dei palasport di Viale Sclavo una seconda casa, se è vero che quando vi scendevi, lo trovavi là.

Là come le gradinate, là come i canestri, là come il parquet: in qualche palestra o ufficio, Giorgio c'era, imbacuccato nel cappotto di loden fino agli anni '80 e nei giacconi tecnici con scritte e loghi societari di lì in avanti, spesso avvolto nell'imprescindibile sciarpa.

C'è sempre stato, proprio come quelle persone speciali che trovi nelle Società di Contrada un giorno sì e l'altro pure. Per anni. Per una vita.

Giorgio c'era, occupato nelle tante cose previste dai delicati ruoli che gli sono stati assegnati nel tempo.

Insomma: casa, lavoro e di nuovo “casa” per lui. Una casa da seimila persone.


In quei decenni non ha dato tanto alla Mens Sana, le ha dato tantissimo, ricevendo, ma questa è un'opinione strettamente personale, meno di quanto ha saputo dare.

Perché se è vero che per quattro volte la Società gli affidò il ruolo di capo allenatore, in ogni circostanza quell'incarico venne in qualche modo considerato “a tempo” e non si ebbe mai la sensazione netta che potesse essere duraturo. Un perenne traghettatore insomma. Un uomo per tutte le stagioni.

Un sensazione condivisa, percepita non solo nei due casi in cui subentrò a Cardaioli o fu chiamato a sostituire Zorzi ammalato, ma persino nel campionato '81/'82, quando gli venne affidata la squadra dall'inizio della stagione, ma solo dopo che la panchina era stata offerta – lo scrisse la stampa di settore – a un buon numero di nomi.

Una volta ricevuto l'incarico avrebbe dovuto guidare una squadra che oltre al ritorno di Bucci avrebbe dovuto godere della forza e dell'esperienza di Ciccio Della Fiori, in feeling con la Città per l'abituale presenza al Torneo Affogasanti nelle fila del Barbicone, ma che per ironia della sorte si accasò in A1 a Varese proprio il giorno successivo alla firma di Giorgio.

Il suo campionato durò solo 5 settimane, durante le quali la squadra vinse due incontri incassando sì 6 sconfitte, ma due delle quali di un solo punto, una di 2, una di 3 e una di 5. Insomma, a parte quella col rullo compressore bresciano Cidneo (64-77) la squadra se l'era sempre giocata.

Ma tant'è, al suo posto venne chiamato Tonino Zorzi, appena scaricato da Venezia e dal suo campionissimo Spencer Haywood.

***

Ben più emozionante era stata la prima esperienza, quella iniziata nel Natale del '77.

Chiamato a sostituire Cardaioli, Brenci fissò come prioritario restituire un ruolo centrale a Enrico Bovone.

Il gigante di Novi Ligure aveva già speso gli anni migliori della carriera e veniva da mesi difficili anche in virtù di un contenzioso con la Società che aveva finito per escluderlo dalla rosa della prima squadra e dal campionato.

In quelle settimane da emarginato il suo carattere timido e riservato faceva a pugni con la stampa nazionale e locale, che ne sparavano il nome a caratteri cubitali nei titoli. Un disagio che si aggiungeva alle difficoltà di allenare un corpo che per morfologia richiedeva disciplina, attenzioni e un bel po' di tempo prima di raggiungere livelli atletici accettabili.

Ebbene, il recupero di Enrico a livelli in linea con la sua storia fu una vittoria personale di Giorgio Brenci.

L'esperto pivot si rivelò via via indispensabile, perché sotto le planches sollevò Eric Fernsten da una gran parte del lavoro sporco, restituendo a “Artiglio” la libertà di dedicarsi a ciò che gli era più congeniale.

Avere il biondo di Oakland dedito al gioco di ala alta e alla marcatura di un pari ruolo anziché dei pesanti pivot, permise di catturare più palloni e come tutti sanno una buona parte dell'esplosivo gioco offensivo di George Bucci trovava il naturale innesco proprio nei rimbalzi difensivi e nei recuperi.

Partendo da una maggiore copertura, Brenci riuscì a sviluppare pienamente quel gioco offensivo spumeggiante che era nel suo DNA per le pregresse esperienze formative alla scuola di Arnaldo Taurisano e Dido Guerrieri, così come in quello dei due nuovi idoli americani.

In quel girone di ritorno totalizzò 9 vittorie a fronte di 2 sole sconfitte, riuscendo soprattutto a conservare il vantaggio negli scontri diretti col Mecap Vigevano, che giunse all'ultima giornata a pari punti dei biancoverdi.

La squadra raggiunse la promozione e i playoff per lo scudetto, chiudendo la stagione regolare di A2 col migliore attacco, alla media di quasi 92 punti a partita. Il terzo assoluto dell'intera Serie A.

Un reparto atleticamente fresco, prolifico e in grado di segnare in tanti modi diversi, vera e propria rivoluzione copernicana per la Mens Sana, se è vero che nei 3 anni precedenti era sempre stato il più sterile e prevedibile.

***

Non altrettanto fortunata l'ultima esperienza, quella della stagione '88/'89, una rincorsa entusiasmante per poco non tramutata in promozione in A2, ma che al pari della precedente non gli valse la conferma in panchina.

Per lui ogni volta si riaprirono gli spogliatoi del vivace e pregiato serbatoio delle giovanili e del minibasket nei ruoli di allenatore o responsabile, dove si calò sempre con umiltà e disciplina.

Alzi la mano chi lo ha sentito una sola volta esternare un pensiero in un modo che non possa definirsi urbano.

*** 

D'altra parte anche coloro che gli vissero accanto in quei periodi fanno capire quanto, più ancora del rapporto con i senior, Giorgio sentisse propri i ruoli con giovani e giovanissimi.

In quello era una vera autorità. Sia per quanto fin lì fatto con le leve biancoverdi, sia per l'eccezionale lavoro e l'esperienza travolgente da allenatore della nidiata di allievi prodigio costoniani un po' di anni prima.

Rimase un assiduo frequentatore di quel parquet così tante volte calpestato anche dopo aver cessato la collaborazione col sodalizio mensanino, anche perché per anni – i migliori del Club – fu il graditissimo supporto tecnico delle partite per la televisione locale.

Un commento tecnico competente ma al tempo stesso genuino il suo, che offriva al telespettatore un linguaggio facilmente comprensibile.

 

Ciao caro Giorgio. Ciao grandissimo.

Se come i giocatori avessi avuto un numero di maglia, meriteresti che fosse ritirato per appenderlo lassù!

  

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