martedì 9 febbraio 2016

Un giorno dopo

Il day after è quello delle reazioni, delle cifre, della ricerca delle cause. Col conto alla rovescia da qui al 18 febbraio che continua a scorrere e che impone entro quella data di aver trovato quantomeno delle soluzioni. Con chi?

Se un ipotetico salvatore della patria avesse aperto i giornali e avesse detto "ah le cose stanno così? la Mens Sana la salvo io" (potere dell'immaginazione), con chi dovrebbe parlare a fronte di due società decapitate? Con effetto immediato il nuovo presidente della Polisportiva fino alle elezioni è ad interim il vicepresidente Antonio Saccone, dopo la mail di lunedì pomeriggio con cui Piero Ricci ha rassegnato le dimissioni come reazione di pancia alle dimissioni in massa del cda del basket che tornavano a lasciare a lui il cerino in mano, con la consapevolezza di non aver più niente da dire o fare per risolvere la situazione.

Si è dimesso anche Francesco Panichi dall'incarico di segretario, mentre si era già dimesso da una ventina di giorni dalla giunta l'avvocato Stefano Inturrisi. Ovvero i due dimissionari, insieme a Carapelli e Marruganti, anche dal cda del basket, un atto se non obbligato sicuramente consigliato dalla legge: non farlo significherebbe far fronte alla responsabilità penale che un bilancio in perdita può portare con sé. Ma il cda resta in carica finché non viene sostituito (il 18 febbraio), e operativo, se esistesse un interesse. Chiacchiere se ne fanno, in queste ore, ma se ne facevano anche negli ultimi sette mesi. Se poi - come i tanti dimissionari hanno ipotizzato - il problema è con qualche persona, si può sempre andare dal comune o dal sindaco, che nelle interviste di queste ore ha già parlato di imprenditori interessati. Così. Vengano fuori, magari.

La sostanza è che servono almeno 400mila euro per finire la stagione, anche di più secondo il bilancio previsionale stilato da qui a fine giugno. Non tutti sull'unghia, non entro il 18 febbraio. Ma entro quella data serve portare in assemblea una strategia per porre rimedio. Lo impone la legge agli amministratori che, una volta constatata l'uscita di quasi 700mila euro di entrate stagionali previste, essendo a conoscenza dello stato di liquidità della società, sono obbligati dal codice civile a portare la situazione in assemblea. Non farlo, li renderebbe colpevoli di dissesto. Rinviare decisioni, ugualmente. I tempi si possono allungare solo in presenza di qualcosa di reale che consigli di riaggiornare l'assemblea alla luce delle intervenute novità.

Non è una soluzione che può stare in piedi da sola quella di intervenire sulla squadra, di fatto già salva anche perdendo le restanti dieci partite (ma che mortificazione sarebbe...). Comunque, interventi di riduzione dell'esposizione sono una parte della soluzione ma non la soluzione. Che nelle ipotesi fatte nelle settimane scorse si sviluppava su più strade, che anche tutte insieme non bastano in assenza di un main sponsor. Rinegoziare gli stipendi può portare dei risparmi, ma non risolutivi, idem cedere giocatori. Il monte salari ha un'incidenza da qui alla fine della stagione che probabilmente non arriva alla metà delle spese.

Roberts lo paga Dpi, Bryant prende così poco che cederlo non sposta (figuriamoci gli altri), DiLiegro prende leggermente di più ma anche se fruttasse pure un buyout, non servirebbe forse a raggiungere il 10% dei soldi che mancano. E' buffo pensare che sia stato fatto il passo più lungo della gamba vedendo un roster che non sembra faraonico, e che oggi è difficile da dismettere proprio perché non è costato chissà quanto. E le spese per staff e giovanili erano sembrati modi lungimiranti per costruire qualcosa. Anche perché non era visionario pensare di trovare uno sponsor, se in A2 ce l'hanno praticamente tutti. Poi che lo scostamento tra entrate sicure e impegno di spesa sia stato eccessivo, non c'è evidentemente bisogno di dirlo: è nei fatti, è il punto di partenza di ogni altro discorso.

La spada di Damocle è sempre l'articolo 133 del regolamento organico che si è imparato a conoscere benissimo due anni fa: "In caso di messa in liquidazione di Società appartenente al settore professionistico il Consiglio federale delibera la revoca della affiliazione". Tradotto: la messa in liquidazione non è la fine della società, che dal punto di vista aziendale può ancora salvarsi con l'eventuale lavoro del liquidatore. Ma è la fine dal punto di vista sportivo. La Mens Sana si troverebbe a dover ripartire da capo un'altra volta. E stavolta non dalla Serie B, visti i pregressi, ma veramente da zero. Una mazzata da cui non ci si rialza.

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